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Elena Kostioukovitch: la letteratura russa è esotica per gli italiani - Anna Fedorova, La Voce della Russia, 14/12/2013 (Italian)

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http://italian.ruvr.ru/2013_12_14/Elena-Kostioukovich-la-letteratura-russa-e-esotica-per-gli-italiani/

Elena Kostioukovitch: la letteratura russa è esotica per gli italiani

La impressionante popolarità dei libri di Umberto Eco in Russia è legata per lo più alle brillanti traduzioni di Elena Kostioukovitch, traduttrice, filologa, italianista, titolata di diversi premi letterari internazionali, come il premio Grinzane Cavour Mosca, il Premio Nazionale per la Traduzione dello Stato Italiano, il Premio per L’avvicinamento delle culture. Figura di culto nel mondo della traduzione, negli ultimi anni Kostioukovitch è diventata una famosa scrittrice: il suo libro Perché agli italiani piace parlare del cibo è pubblicata in 15 Paesi, recentemente è uscito il nuovo romanzo Zwinger, di cui l'autrice parla in un'intervista esclusiva a “La Voce della Russia”.

- Il romanzo della ricerca dei quadri è legato strettamente alla sua storia familiare. Quanta verità c'è nel libro e quanta è invenzione?

- Avevo voglia di parlare della struttura della memoria e della forma della nostra coscienza sovraccaricata d'informazioni. Nella nostra testa contemporaneamente esistono tanti fenomeni di tanti settori e strati che involontariamente risaltano le situazioni toccate dal sentimento, che invece appartengono alla memoria emozionale. Si può dire che Zwinger è l'illustrazione estesa alla mia relazione al congresso dedicato all'eminente semiotico e strutturalista Jurij Lotman, tenuta a novembre 2013 a Venezia.

Il romanzo è sempre invenzione, i personaggi sono messi al mondo dalla mia fantasia, però la fantasia si nutre delle impressioni della mia infanzia. Il protagonista inventato si occupa di una storia vera avvenuta negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale a Dresda, il cui è protagonista è mio nonno, Leonid Rabinovich-Volynskij, pittore e saggista che organizzò le ricerche e il salvataggio dei tesori della Pinacoteca dei Maestri Antichi, nascosti dai nazisti. Zwinger è un palazzo, dove era conservata la collezione dei maestri antichia Dresda. Il palazzo fu danneggiato gravemente durante il bombardamento della città e poi ricostruito, così come gli avvenimenti storici reali nel mio romanzo. Si tratta di ricostruzione, questa parola nel romanzo ha due significati. “Ricostruzione” significa anche una passione ambigua, ogni tanto sinistra degli uomini prosperosi di oggi: ricostruire alcuni fatti e avvenimenti del passato, per esempio le guerre. E questa “ricostruzione” del secondo tipo è anche entrata nel mio romanzo, diventando l'elemento principale della trama.

- Quali sono i Suoi principi creativi?

- Cerco di essere rispettosa verso la lingua russa, ricordare a quale periodo appartengono le parole, chi era il loro tipico portatore e ricostruire questa esistenza comune del “padrone” e del testo. E' un'interazione tra chi parla, il suo discorso e le circostanze in cui il discorso è nato.

Per creare simili costruzioni occorre una buona memoria linguistica. Non solo quella individuale, ma anche la memoria linguistica di gruppo. Però la nostra memoria scivola sempre nel presente. Mantenerla all'altezza stilistica e cronologica, fissarla nelle circostanze precise è un lavoro serio e importante.

Quando “i padroni” delle parole insieme con i loro beni, il discorso, entrano nel romanzo, resta solo dar loro ascolto. Dicono da soli cosa vogliono fare, come intendono vivere, poi si mettono ad agire e vivranno nelle fasce della lanterna magica. La gioia del lavoro è quando le ombre grigie, immesse dalla lanterna, si impregnano dei colori vivi e risplendono, affascinandoti e divertendo il lettore.

- Su che cosa sta lavorando attualmente? È un traduzione o un nuovo romanzo?

- Scrivo un nuovo libro sull'Italia, una sorta di sviluppo e di seguito del libro “Eda. Italianskoje schastie” (la versione italiana è intitolata “Perché agli italiani piace parlare del cibo”). Ci sarà molta arte italiana e molte foto di strada.

- Come è lo svolgersi della Sua giornata “di produzione”? Quale è la Sua ricetta?

- Mi piace stare dietro la scrivania e navigare nella mia biblioteca e su Internet. Cerco di dedicare tutto il mio tempo, sia quello di lavoro, che il tempo libero. Ultimamente viaggio più spesso nelle città italiane e ammiro l'arte, ma nel silenzio di casa, davanti allo schermo mi sento più felice. Quale è la ricetta? Quando insegno agli studenti, consiglio sempre, in ogni occasione, di consultare con enciclopedie e Internet, non essere pigri, ma considerare la verifica come un piacere, consultarsi dappertutto con entusiasmo, perché quei regali che faranno a se stessi in tal modo (letture parallele, trovate inattese...) non li farà mai nessuno.

- Lei si occupa della promozione degli autori russi in Italia. Quali temi potranno suscitare l'interesse del lettore italiano? Gli scrittori russi per gli italiani sono come prima esotici o fanno parte del processo letterario europeo?

- L'Italia psicologicamente è molto lontana dalla Russia e la letteratura russa per gli italiani è esotica. Tolstoj e Dostoevskij rappresentato il repertorio universale della narrativa psicologica, ma la percezione che gli europei hanno della Russia di Tosltoj e di Dostoevskij è ancora un settore non approfondito per un culturologo. Ritengo che l'Europa percepisca dal classico romanzo russo prima di tutto l'inclinazione alla riflessione aperta: la letteratura in Russia sostituiva sempre la filosofia.

Spaventano molto i lettori italiani i nomi complessi. Patronimici! Diminutivi! Soprattutto quelli con i suffissi vezzeggiativi! Non mi stanco mai di ripetere, la trascrizione tradizionale della slavistica italiana di onomastica e toponomastica fa danni terribili. E' assurda. Basta dire che i miei studenti all'esame dicevano al posto di “царицa”(regina) “сarica” che in italiano ha un altro significato. Cosa impedisce agli slavisti italiani di scrivere “zariza”, non riesco a capire. Una slavista, mia conoscente, per tutta la sua vita insegnava agli studenti la trascrizione con le “pippette” (segni diacritici), ma quando è giunta al titolo del suo libro, dove vi era la parola “станица”,lei, aggirando tutte le sue teorie, ha dato retta al buon senso e ha scritto “staniza”.Mi sembra che gli slavisti difendano a spada tratta il loro territorio, marcato dai “segni convenzionali”, e non si rendono conto che poi in libreria il lettore scappa dallo scaffale russo come da una baracca contagiosa.

L'obiettivo di avvicinare il lettore italiano e la letteratura russa è una difficilissima sfida, ma me ne occupo da trent'anni e continuerò, finché respiro. Spiegare, commentare, portare, mostrare, proporre incontri, invitare a venire a trovare. Conoscendosi le culture si avvicinano. Solo dopo tutto ciò decidono per se stessi, amare o discutere. Noi, specialisti, intenditori ed esperti possiamo e siamo obbligati a far conoscere le culture fra di loro!

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