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Il Manifesto 08/02/2007

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Esercizi di lingua e fantasia nella prosa di Sasha Sokolov

Finalmente tradotto, esce dalla Salani «La scuola degli sciocchi», oltre trent'anni dopo che lo scrittore russo lo terminò e Nabokov ne sponsorizzò l'uscita. In un ibrido di prosa e poesia il romanzo dà voce ai deliri del protagonista, al caos polifonico dei suoi alter-ego impegnati a disintegrare una visione univoca della realtà. Sullo sfondo, la malinconica stagnazione brezhneviana

Valentina Parisi

Ci sono libri che proiettano intorno a sé coni d'ombra inattesi, mettendo radicalmente in discussione il rapporto tra parola e realtà, tra letteratura e vita. Libri che sottraggono al lettore la rassicurante sensazione di poter condividere l'orizzonte tracciato dalla voce autorale e che lo scaraventano nell'universo magmatico di una libertà impregiudicata, sorta dal processo stesso della scrittura. Ne è un esempio il romanzo di Sasha Sokolov La scuola degli sciocchi (Skola dlja durakov) che, dopo essere inspiegabilmente sfuggito per trentanni all'attenzione della nostra editoria esce ora da Salani nella traduzione di Margherita Crepax.

Scritto nel 1972 sulle rive del Volga, ma pubblicato nel 1976 in America dalla Ardis Publishers grazie a Vladimir Nabokov (e malgrado il giudizio sfavorevole espresso da Iosif Brodskij), il libro di Sokolov emerge da questa eclissi italiana senza aver smarrito la sua luce inquietante, la volontà di seminare un dubbio metafisico tra le nostre certezze. E non conta che l'intero testo sia, per esplicita ammissione dell'autore, il «frutto di una fantasia disordinata», ossia la stenografia dei deliri solitari dell'allievo di una scuola differenziale sovietica.
Chi infatti, scorrendo l'elenco delle azioni che scandiranno la futura «esistenza da adulta» della bambina amata dal protagonista («sposarsi, leggere libri seri, correre per non tardare al lavoro, comprare mobili, parlare al telefono per ore, lavare le calze, cucinare per sé e per gli altri, andare a trovare qualcuno» e così via, per quasi due pagine), oserà ancora credere che «la vita che fanno tutti» sia davvero «normale»?

L'io narrante di Sokolov - nipotino schizofrenico dei tanti personaggi dissociati che popolano la letteratura russa ottocentesca, dal signor Goljadkin del Sosia di Dostoevkij al Popriscin del gogoljano Diario di un pazzo - vaga incessantemente per l'anonimo agglomerato di dacie dove il padre magistrato ama riposarsi dopo le fatiche giudiziarie, e contempla le esistenze altrui. Le sue occupazioni preferite sono inseguire col retino le farfalle, lasciare che la corrente del fiume trascini lentamente la sua barca e mettere sotto accusa l'identità convenzionale tra oggetti e nomi.
Perché non arrogarsi, infatti, il diritto di chiamare diversamente le cose, se la gente intorno a sé è infelice e si affanna per impossessarsi di prodotti squallidi e inutili, come un pigiama di importazione coi bottoni di legno? Perché non dimenticare se stessi e credere di essere, ad esempio, una ninfea, se la «scuola per gli sciocchi» pensa di poter trasformare i suoi allievi in ingegneri?

Al centro del romanzo è dunque il problema della costruzione di un'identità personale, nell'orizzonte grottesco e malinconico della stagnazione brezhneviana. O, meglio, il tentativo di far sì che il caos polifonico degli alter ego individuali («io, avendo scelto la libertà, una delle sue forme, sono libero di comportarmi come voglio e di essere quello che voglio, nello stesso tempo o separatamente») disintegri qualsiasi visione univoca e convenzionale della realtà. Dopo aver cercato di varcare, diciannovenne, la frontiera tra Unione Sovietica e Iran per fuggire nella sua patria natale, il Canada, Sokolov affiderà successivamente al protagonista del suo primo romanzo il compito di edificare un mondo davvero libero, attraverso gli strumenti puramente verbali della letteratura.
Nella Scuola degli sciocchi la narrazione tende infatti a disporsi secondo una concatenazione ritmica di divagazioni, tenute insieme soltanto dalla prospettiva straniante da cui il ragazzo osserva l'ambiente circostante, dalla sua incessante attività mitopoietica (indimenticabile, ad esempio, il passo in cui i ferrovieri, durante una pausa, leggono degli haiku e parole giapponesi cominciano a inframmezzare i loro discorsi).

Se, da una parte, la lingua della comunicazione quotidiana non è in grado di tenere dietro alla fantasia sfrenata dell'io narrante, d'altra parte espressioni ormai codificate e usuali si illuminano di inaspettati bagliori semantici. Fedele alle norme non codificate del nuovo genere letterario da lui inventato - la proezija («proesia»), ovvero un inedito ibrido di prosa (proza) e poesia (poezija) - lo scrittore volge la propria attenzione al potenziale lirico di capolavori involontari come «Corro, inseguo e trattengo / Vedo, ascolto e offendo / Rigiro, respiro e paziento,/ Detesto, ma in tutto dipendo» - uno scioglilingua composto da verbi irregolari russi che non sfigurerebbe accanto a un altro ready made attinto dalla Grammatica della lingua russa e scelto da Nabokov come epigrafe per Il dono: «La quercia è un albero. La rosa è un fiore. Il cervo è un animale. Il passero è un uccello. La Russia è la nostra patria. La morte è ineluttabile».

Oppure, conferisce dignità letteraria alle creature più o meno improbabili che popolano la fantasia del suo eroe, come il caprimulgo, volatile protetto la cui riproduzione campeggia sulle scatole dei fiammiferi, o il Constrictor, che controlla i biglietti sui treni locali, o il Suscitatore del vento, mitico essere che semina il panico tra le dacie suburbane, decimandone gli abitanti.

Tuttavia, La scuola degli sciocchi non è soltanto invenzione linguistica pura, ma innanzitutto uno straordinario album fotografico dedicato agli anonimi cittadini di quel paese che Sokolov abbandonò definitivamente nel 1976. L'autore contempla con affetto e spavento a un tempo l'homo sovieticus, descrivendone meschinità e idiosincrasie e attribuendo all'immaginazione stralunata del suo protagonista una serie infinita di ritratti: dal geografo Pavel Petrovic Norvegov, che va a scuola sempre scalzo e insegna ai suoi alunni ad amare la libertà al preside Nikolaj Gorimirovic Perillo, ossessionato dalla «necessità» di fare indossare ai suoi allievi subnormali le pantofole; da Veta Arkad'evna, severa insegnante di botanica, biologia e anatomia, che all'improvviso diventa l'oggetto dell'inappagata sete d'amore del protagonista alla madre apprensiva e fedifraga, che tradisce saltuariamente il marito giudice col maestro di musica del figlio.

L'umanesimo «proetico» di Sokolov affiora anche nell'intermezzo narrativo di «Storie scritte sulla veranda», brevi apologhi di angosciante realismo accomunati dal tema dell'amore. Ma le pagine forse più intense del romanzo sono quelle che lo scrittore russo (ora residente nel Vermont) dedica alla natura che prolifera esuberante intorno alle dacie di legno. L'immersione panica in un ambiente solo incidentalmente trasformato dall'uomo e che pare volere retrocedere verso il caos primigenio, la comunione estatica con erbe e animali, strappa il protagonista (e, insieme, il lettore) alle realtà indimostrabili dell'immaginazione umana, proponendo un modello di vita più semplice e dignitosa: «I rododendri che crescono ogni minuto da qualche parte sui prati delle Alpi sono molto più felici di noi, non conoscono l'amore... e non muoiono. E anche se muoiono, di niente non sentono la mancanza, non soffrono. E così gli alberi, l'erba, i cani. Solo per l'essere umano, gravato da un'egoistica compassione di sé, la morte si dice oltraggio e sciagura».