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Wuz.it 06/12/2006

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Ma è davvero un vizio capitale?
Se negli ultimi decenni gli standard di bellezza impongono figure snelle e talvolta davvero eccessivamente esili, nello stesso tempo si è particolarmente sviluppata una cultura del cibo raffinata e una vera e propria scienza del bere.
La demonizzazione del grasso condotta da alcuni ambienti, come quello della moda, ha contribuito soprattutto sulle ragazze più giovani a creare problemi alimentari di vario genere, tra tutte l’anoressia che proprio in quest’ultimo periodo ha mietuto l’ennesima vittima, la ventunenne modella brasiliana Ana Reston.
D’altro canto, di disturbo alimentare comunque si tratta, l’obesità sta diventando un vero problema sociale perché colpisce a largo raggio nei paesi più ricchi e anche i bambini ne sono ormai vittima.
Ma non parliamo di distorsioni: nella normalità, la gola non è più vissuta come un peccato, ma come qualcosa da solleticare con sempre maggior cura ed esperienza che richiede alte competenze sia da parte del produttore che del consumatore.
Quelli che andiamo a suggerire sono alcuni testi che trattano il cibo o le bevande spesso indirettamente, spunto per narrare altro o pretesto per raccontare una storia…

Nella collana dell’editore Raffaello Cortina dedicata ai sette vizi capitali, il volume che parla della Gola è di Francine Prose ed è edito da Raffello Cortina.
Se San Gregorio dichiarava che tale peccato era da inserire nella categoria del “troppo” (troppo subitaneo, troppo prelibato, troppo sontuoso, troppo ingordo, troppo) e Paolo nella Lettera ai Filippesi si scaglia contro coloro “che hanno come dio il loro ventre”, Tommaso d’Aquino vedeva cinque figlie generate dall’eccesso di cibo: “sciocca allegria, scurrilità, l’immondezza, il multiloquio, l’ottusità della mente nell’intendere”. Ecco poi Agostino che parla del cibo come di una medicina di cui, naturalmente, non bisogna eccedere (Non temo l’impurità delle vivande, temo l’impurità del desiderio).
Ma se oggi guardiamo questo “peccato” possiamo affermare che la gola è uno dei meno pericolosi e nello stesso tempo uno dei più diffusi.
Bisogna poi sottolineare che il mangiar bene è uno dei buoni motivi per vivere, anzi, sottolinea l’autrice, un dovere morale e sociale.
Il libro prosegue poi in modo piacevole e interessante a informare come questo vizio sia stato rappresentato in arte, letteratura e filosofia nei secoli.

Un libro non recentissimo di Maria Grazia Accorsi, edito da Sellerio, racconta come gli scrittori abbiano parlato del cibo nei loro romanzi: si tratta di Personaggi letterari a tavola e in cucina. Dal giovane Werther a Sal Paradiso.
Ed ecco le tartine del giovane Werther di cui parla Flaubert, la farinata di Cime tempestose, i muffin della Capanna dello zio Tom, gli spiedi della cucina del castello di Fratta nelle Confessioni di un italiano, fino alle torte di mele che nutrivano i vagabondi di Sulla strada.
La letteratura del passato si è dedicata con meno precisione al cibo, mentre oggi vediamo come ci si soffermi ad osservare i personaggi in cucina a prepararsi manicaretti elaborati, ma in ogni caso si possono vedere eccentricità e particolari che corrispondono spesso al vissuto dello scrittore.
Soffermiamoci brevemente su una pagina dedicata a Joyce. "Ma chissà, forse anche una pasticceria, un ristorante, un mercato di bestiame, un fruttivendolo, una pescheria, un fornaio, una friggitoria ci potrebbero lasciare, tutti insieme in un caleidoscopico balletto, una, anche se la più parziale, 'traduzione' dell'Ulisse".
Ricostruire le ricette che i personaggi letterari gustano o preparano, può non solo soddisfare una curiosità culinaria del lettore, ma anche diventare un modo per cercare di penetrare più a fondo nella vita privata dei grandi autori.

Parlare di Jean-Claude Izzo in questo contesto potrebbe apparire un’incongruenza, eppure il libro edito da e/o, Aglio, menta e basilico. Marsiglia, il noir e il Mediterraneo con una introduzione di Massimo Carlotto, invita a farlo. Questa raccolta di scritti inediti, omaggio dell’editore al grande marsigliese scomparso, comprendono tre brevi bellissimi testi dedicati a tre grandi protagonisti della cucina e del paesaggio del mediterraneo: l’aglio, il basilico e la menta.
“Marsiglia non è provenzale. Non lo è mai stata. Nella maggior parte dei ristoranti, quindi, si mangiano cose semplici, e a prezzi onesti, piatti senza artifici legati non a una tradizione ma a una tenace fedeltà alle origini. Qualcuno l’ha già detto: la cucina qui non innova, non si ‘mescola’, perpetua”.
E ancora: “A me, quando mangio, piace sentire Marsiglia vibrarmi sotto la lingua. Selvaggia e volgare, come possono essere una spigola, un sarago o delle triglie con finocchi alla griglia condite solo con un filo d’olio d’oliva, come da Paul o all’Oursin.”
E parlando della menta: “La menta agisce così. Come un filtro d’amore. Direi perfino che apre le porte di quell’immaginario orientale in cui, come cantava Baudelaire, tutto è lusso, calma e voluttà”.
E del basilico: “Il basilico, quando lo hai annusato una volta, non puoi più farne a meno. Per me è così. Non sento il suo profumo in casa, e già mi manca. All’arrivo dei primi pomidoro ho bisogno di lui. Qualche goccia di olio d’oliva sui pomidoro rossissimi, due o tre foglie sminuzzate sopra, un pezzo di pane del giorno prima sfregato con l’aglio, e cominciano le danze per le vostre papille”.

Per restare tra i grandi scrittori di noir ecco la madre di tutti i giallisti, Agata Christie. La scrittrice, notoriamente molto golosa, utilizzava per lo più cibi e bevande per eliminare le sue vittime: non un pugnale ma un bicchiere di brandy, non una pistola ma un buon sandwich. E così Anne Martinetti e François Rivière, grandi conoscitori dell’opera della Christie hanno raccolto in Creme & Crimini. Ricette deliziose e criminali di Agata Christie edito da Sonzogno, le ricette della tradizione gastronomica inglese. La Presentazione del volume è di Jeffery Deaver che sottolinea come esista un curioso legame tra la scrittura di gialli e cibo, onnipresente nel mistery e nel thriller. Le omelettes aux fines herbes mangiate da James Bond, o le cene succulente delle spie che si rilassano in bellissimi ristoranti, l’errore nell’ordinare un vino come rivelatore di una falsa identità: insomma mangiare e bere è parte integrante del giallo. Ma perché? Forse, sottolinea Deaver, perché si viene a creare una forte empatia con il lettore, un’affinità che avvince alla pagina tanto quanto la suspence. Aggiunge poi che i piatti presentati in questo libro sono deliziosi e facili da preparare e che lui stesso ne ha cucinati parecchi.
Tra una ricetta e l’altra, si possono leggere ampi brani tratti dai romanzi della Christie e alcune note degli autori del volume a commento.

Mangiare, ma anche bere, altrimenti come si può essere dei veri peccatori? La civiltà, in ogni tempo e in ogni luogo, è spesso cominciata con una vigna, e la cosa avrà pur una sua ragion d’essere.
Roberto Cipresso, uno dei più importanti viticoltori del mondo, in Il romanzo del vino, edito da Piemme, apre questo libro con una frase significativa nel Prologo: “Un giorno, bevendo un vino, ho pianto”. Non sapendo bene spiegarsi il perché ha deciso che avrebbe provato a produrre lui stesso del vino. E così è nato questo libro: una storia che parla del rapporto tra questo “maestro” e il vino. Partiamo da New York, o meglio da un uomo che giunge a Montalcino proveniente dalla metropoli americana, e che dichiara di aver bevuto del vino due giorni prima e di esserne rimasto così folgorato da aver preso subito l’aereo per andare a conoscere quello che lo aveva prodotto. Miracoli del gusto!
Se New York è il vino-business, Parigi, dice Cipresso, è il vino-monumento, è un castello: ogni luogo in fondo rispetta la sua anima in ogni occasione.
Così, passando da racconto a racconto, vediamo come con il trascorrere dei secoli, il vino si sia fatto persuasione, politica, persino religione. Infine si può cogliere il profondo rapporto tra vino ed eros, piaceri che si somigliano e spesso si confondono.
Questo viaggio straordinario nella storia e nella filosofia del vino, della vite e della vita, offre davvero tante emozioni quante quelle suscitate da un buon bicchiere.

Avventure agrodolci. Vizi e virtù del sottobosco culinario è il titolo del libro scritto da Anthony Bourdain, uscito nelle edizioni Feltrinelli Traveller. Bourdain, autore del fortunato Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York, qui raccoglie una serie di aneddoti tratti dalla sua esperienza di cuoco. Storie maliziose e divertenti, informazioni sui migliori ristoranti di New York, e si raccontano tanto le grandi cucine di Las Vegas quanto i cajun di New Orleans. Interessanti anche gli incontri con altri maestri della cucina internazionale come il cuoco catalano Ferràn Adrià.
"Sempre in giro, nove, poi dieci, poi undici mesi su dodici. Tre, forse quattro notti al mese trascorse nel mio letto, il resto in aeroplani, macchine, treni, slitte, barche a vela, elicotteri, alberghi, capanne indigene, tende, alloggi primitivi, bivacchi nella giungla": ecco come descrive la sua vita il nostro Bourdain.
Con una sincerità e franchezza che spiazza, il grande chef sa parlare di cuochi e ristoranti, di piatti e cibi con la vivacità e la tecnica di uno scrittore di gialli.
Traduzione di Maurizio Migliaccio e Valeria Bastia

L’Italia è da sempre il paese della buona tavola, anche con pochi soldi a disposizione ha sempre saputo inventare piatti che sono diventati famosi nel mondo: pensiamo al successo internazionale della pizza!
Una recente pubblicazione del Gambero Rosso, Così mangiavamo. Cinquant’anni di storia italiana fra tavola e costume scritto da Stefania Aphel Barzini, racconta appunto l’evoluzione della cucina italiana rapportandola alle diverse situazioni economiche del paese. Se negli anni Cinquanta, quando l’autrice muoveva i primi passi, c’erano ancora nell’aria aromi ed essenze che nel giro di vent’anni sarebbero scomparsi, e gli anni Sessanta, quelli del Boom, rappresentano la fine delle vacche magre e l’inizio di una ricerca del “mangiar bene”, ecco nei Settanta la contestazione giungere fino alle nostre tavole, e si ha l’inizio della globalizzazione in cucina, l’ingresso nelle nostre case dei surgelati e delle zuppe in scatola: la panna è l’alimento principe di questo decennio. Eccoci agli anni Ottanta e al trionfo dello snack, del fast food e degli hamburger e, come diretta conseguenza, dello jogging, del footing e delle diete. Ed è rucola dappertutto…. Siamo nei vicini anni Novanta: la fine del secolo crea timori e incertezze; l’arrivo del transgenico sgomenta e, ciò che trent’anni prima era simbolo di povertà, ritorna gloriosamente sulle nostre tavole: orzo, farro, pane nero…
Attraverso i ricordi personali Stefania Barbini ripercorre le manie, le mode e le ricette che hanno ossessionato gli italiani negli ultimi cinquant’anni.

Concludiamo questa piccola bibliografia ragionata sulla gola, le golosità e la cultura del cibo con un libro che analizza il Perché agli italiani piace parlare di cibo. Un itinerario tra storia, cultura e costume, di Elena Kostioukovitch, edito da Sperling & Kupfer e impreziosito da una Prefazione di Umberto Eco. Il perché Eco abbia scritto la prefazione a questo libro è subito dichiarato dal famoso semiologo: l’autrice è la traduttrice in russo delle sue opere.
Traiamo dalle prime pagine del prefatore alcune note che bene ci introducono nel senso di questo libro. “Questo che state per leggere è un libro sulla cucina ma anche un libro su un paese, su una cultura, anzi, su molte culture”. E ancora: “Incontrare la cucina italiana in tutta la sua varietà vuole dire scoprire la differenza abissale, non solo di linguaggio, ma di gusti, mentalità, estro, sense of humour, atteggiamenti di fronte al dolore e alla morte, loquacità o silenzio, che separano un siciliano da un piemontese o un veneto da un sardo. Forse in Italia più che altrove (anche se la legge vale per ogni paese) scoprire la cucina vuole dire scoprire l’anima dei suoi abitanti. Provate a gustare la bagna cauda piemontese, poi la cassoela lombarda, poi le tagliatelle alla bolognese, poi l’abbacchio alla romana, e infine la cassata alla siciliana, e avrete l’impressione di esservi mossi dalla Cina al Perù, e dal Perù a Timbuctu.”

06 dicembre 2006 Di Grazia Casagrande